Geografie Interiori

SCARNAFIGI-Ha aperto sabato 21 marzo la mostra “Geografie Interiori” alla Confraternita di Santa Croce. L’evento espositivo curato da Cinzia Tesio e organizzato da Monviso Arte e dalla Pro Loco di Scarnafigi si configura come un atlante dell’esistenza, dove la mappatura del mondo esterno si fonde con le latitudini della coscienza. Attraverso circa 60 opere, Andreoli, Galizio e Ioretti tracciano un itinerario duale: da un lato l’indagine su temi attuali e territori geografici precisi, dall’altro l’esplorazione del “mondo privato”, quel luogo dell’anima dove il tempo si ferma e l’arte si fa confessione.  Da un lato vengono esplorate le “Geografie del mondo” attraverso le opere che documentano il nostro tempo, le aree geografiche segnate dai cambiamenti e dalle tensioni attuali. È l’arte che si fa testimonianza, cronaca e memoria civile; dall’altro lato, invece, si analizzano le “Geografie” dell’anima ovvero i territori emotivi. È il mondo privato degli artisti: i loro silenzi, le inquietudini, i ricordi e quella “malinconia metafisica” che accomuna tutti noi. L’evento è visitabile nei fine settimana fino al 3 maggio.

I tre protagonisti interpretano questo viaggio in modi unici:

  • Andreoli lo fa attraverso il suono del colore, dove l’acquerello diventa un respiro immediato e senza filtri.
  • Galizio lo fa attraverso il rigore del disegno, cercando la verità e l’onestà nelle pieghe della materia, della profondità e dello sguardo.
  • Ioretti lo fa attraverso la sublimazione della materia, creando un’arte che rende visibile l’invisibile, portando in superficie l’essenza segreta delle cose.

Visitare questa mostra non significa solo “osservare delle opere d’arte”, ma attraversare un confine. Vi invita a cercare, in ogni opera, dove finisce il luogo reale e dove inizia il vostro paesaggio interiore.

  • Roberto Andreoli: L’acquerello è per lui una necessità vitale, un’appendice del pensiero che incarna un vero “moto perpetuo”. Schivo e taciturno, Andreoli affida al contrappunto cromatico il compito di rivelare la sua essenza. Le sue opere — jazzisti, corpi femminili, cavalli — nascono direttamente dal colore, senza il sostegno del disegno, modulando ritmi musicali che si scatenano in armonie visive. È una pittura di sintesi che decanta la passione in modulazioni nostalgiche, puntando dritto al cuore del suono cromatico.
  • Marino Galizio: Per Galizio, il disegno è “la probità dell’arte”, l’onestà autentica di chi non cerca trucchi. Il suo percorso evolve da un realismo meticoloso e metafisico a una figurazione antinarrativa che opera per “sottrazione di peso”. Utilizzando materiali eterogenei come cenere e aghi di pino, crea micro-mondi fluttuanti dove lo sguardo diventa protagonista. I suoi volti, pur nella loro plasticità monumentale, urlano una dicotomia interiore, cercando di restituire dignità e verità anche al “male di vivere”.
  • Carlo Ioretti: La sua opera è un processo di distillamento alchemico che trasforma la materia-colore in luce spirituale. Che si tratti di paesaggi imponenti come iceberg o temporali, o di figure umane che riecheggiano la solidità di Sironi, Ioretti orchestra gli stati d’animo tra abbandono e forza. Nelle sue opere informali, il tratto nega una storia rassicurante per rivelare l’invisibile: il colore non descrive l’oggetto, ma ne sottolinea la natura interiore e fantastica, in un equilibrio perfetto tra pulizia mentale e ordine formale.